IMG_0146IMG_0148.JPGIMG_0158IMG_0164.JPGIMG_0172.JPGIMG_0454.JPGIMG_0461.JPGIMG_0505.JPG

ANTICO MULINO DI PIEDICAVA 
DELLA FAMIGLIA ANGELINI DAL 1913


Ilmulino è situato in una zona incontaminata e ricca di vegetazione nei pressidel paesino Piedicava di Acquasanta Terme, nel fondovalle alla confluenza deifossi Arola, (riportato nelle mappe come fosso Sasso) e Cervara, che unendosidiventa fosso S. Lucia il quale confluisce nel fiume Tronto in località Stallo(nei pressi di Ponte D’Arli). Si trova in territorio Marchigiano, nellaProvincia di Ascoli Piceno, ma quasi al confine con l’Abruzzo e ai margini delparco nazionale “Gran Sasso-Monti della Laga”. La sua costruzione risale al 1504 come risulta dalle ricerche effettuateda Don Virginio Cognoli pubblicate in un suo libro sulla storia dell’Acquasantanoe da Patrizia Castelli la cui tesi di laurea ha come oggetto i mulini ad acquadell’alta valle del Tronto. 

Nel1913 fu acquistato da Angelini Luigi Raffaele detto Ernesto, che dopo averloristrutturato ed in parte ampliato, riprese l’attività molitoria nel 1914, comerisulta dalla scritta originale sulla tramoggia. L’attività fu proseguita poiininterrottamente dal figlio Guido fino a metà degli anni ’60 del secoloscorso, quando a causa del progresso industriale e il conseguente spopolamento dellecampagne si verificò l’abbandono di queste strutture. Il mulino di Piedicavaperò non ha mai smesso di funzionare, per la caparbietà, la passione e laconsapevolezza, fin da allora, di avere una struttura storica da salvaguardare,prima del mugnaio Guido poi del figlio Ernesto, l’attuale proprietario, che continuala tradizione di famiglia anche se saltuariamente, rivolta soprattutto alladivulgazione di questa attività nel mondo scolastico e non solo, per farconoscere alle nuove generazioni un pezzo importante della nostra storia. 

Ilmulino è a due macine, tecnicamente la costruzione è tipica dei mulini dellezone montane, dove non ci sono grandi fiumi, ma fossi a carattere torrentiziocon portata di acqua variabile a seconda della stagione, pertanto c’è bisognodi una vasca di raccolta dell’acqua (detta parata), di una condotta forzata(detta canala) e delle pale in legno di quercia a forma di cucchiaio che giranoorizzontalmente,  le quali essendoancorate ad un albero anch’esso di quercia trasmettono il movimento alla macina(l’insieme pale-albero è detto ritrecine ed è situato in un vano seminterrato),al piano terra si trovano le due macine, una adibita all’alimentazione umana e unaall’alimentazione del bestiame, le pietre durissime, provengono dalla zonadella Maiella del vicino Abruzzo. Al piano primo è ubicata l’abitazione delmugnaio, dove si possono ancora vedere strutture come il camino, il forno, illavandino, le credenze e vari oggetti originali dei primi anni del 1900. 

Si servivano di questo mulino, gli abitantidei paesi Piedicava, Arola, S. Gregorio, Fleno, Torre S. Lucia e Valle D’Acquasituati nel comune di Acquasanta Terme oltre a quelli di Cervara e Collotosituati nel comune di Ascoli Piceno. Il mezzo di trasporto più comune perportare il carico al mulino era l’asino o il mulo, le strade ovviamente eranodei sentieri detti appunto mulattiere, alcuni provenienti da località piùcomode usavano la traglia, una specie di slitta trainata da una coppia di buoi.  Attorno al mulino ruotava la vita dell’uomo, eradi vitale importanza perché era li che si trasformava il duro lavoro nei campi,durato un anno, in nutrimento per la sopravvivenza. Era anche il luogo dove lepersone si incontravano e siccome spesso dovevano aspettare delle ore,  parlavano,  raccontavano fatti e si scambiavano opinioni,di conseguenza il mugnaio era sempre quello più informato e ogniuno cheripartiva dal mulino era come se avesse letto un “giornale verbale” avendo lasensazione che il tempo speso nell’attesa della macinatura non fosse statotempo perso, svolgeva quindi un vero e proprio ruolo sociale. 

Maggio2015 
SCHEMA DI MULINO (2)
UN PO' DI STORIA....
IL MULINO  AD  ACQUA 

Poche strutturedell’industria umana occupano nell’immaginario collettivo e popolare un postoimportante e speciale come avviene per il mulino ad acqua.Più che strutturaindustriale, anche se riferita ad un modello di industria di altri tempi elegata strettamente all’agricoltura, il mulino ad acqua è da considerarsi un“luogo” come tale fisicamente definito e ricco di situazioni specifiche, nonché di elementi di grande bellezza, digrandi suggerimenti poetici,  di funzionie di personaggi che ad esso e solo ad esso appartengono. 

L’importanza del  legame tra il mulino e la cultura popolare siesprime peraltro attraverso canzoni, favole, proverbi e persino nomi di personae nomi di luogo. Parlare del mulino e nello specifico del mulino ad acqua,ovvero della struttura molitoria tipica dei territori montani e di pianuradell’Italia intera, è dunque un esercizio culturale di forte presa  emozionale per tutte le generazionidell’attuale società, anche per  quelleche ne hanno semplicemente subìto il fascino e la suggestione romantica.  

Attualmente possiamo individuare unagenerazione che ha conosciuto e usufruito del mulino intorno agli anni ‘40 ’50e ’60 del secolo scorso per poi assistere al loro abbandono, quindi ha unricordo vivo e diretto, appartengono a questa generazione purtroppo le personepiù anziane;  una generazione di mezzoche ne ha sentito parlare nei racconti dei propri nonni e genitori, dove alcunepersone hanno dei  labili ricordisemplicemente perchè quando andavano al mulino coi genitori o i nonni eranotroppo piccoli;  e un altro insieme divarie generazioni di non più giovani, di giovani e giovanissimi che nonconoscono questo pezzo di storia. 

L’obiettivo, ambizioso e altempo stesso fortemente motivante per  ilmugnaio che ancora fa funzionare uno degli ultimi mulini del Piceno, è quellodi consegnare ai ragazzi in età scolare, ma non solo a loro, un frammento diconoscenza delle proprie radici, considerate nei vari aspetti  culturale, sociale e ambientale. Parlare delmulino ad acqua, con diretto riferimento all’antico mulino Angelini diPiedicava di Acquasanta Terme (AP), significa necessariamente parlare delleorigini dell’agricoltura e della storia della molitura, ma significa ancheparlare di dispositivi tecnici di trasmissione del movimento, di strumenti perpesare e misurare, di energia pulita, di relazioni sociali, di mezzi ditrasporto e degli aspetti naturalistici riguardanti i vecchi edifici el’ambiente dei fiumi e dei fossi. 

Una visita al mulino ad acqua è consigliabilea tutte le  persone, d’ogni età,sensibili al fascino della propria identità culturale e che desideri ricercare,nella memoria, gli elementi e gli insegnamenti per reinventare in modoconsapevole ed ecocompatibile il proprio futuro.  


PROVERBI SUI MULINI

- CHI VA ALMULINO S’INFARINA (vuol dire che ci si sporca di farina, così come rimangonotracce quando si fa qualcosa di importante)

- TIRAREL’ACQUA AL PROPRIO MULINO (fare i propri interessi) 

- ACQUAPASSATA NON MACINA PIU’ (il passato non ritorna) 

- I MUGNAISONO GLI ULTIMI A MORIR DI FAME (avevano sempre un po’ di farina per il pane) 

- FARINA DELPROPRIO SACCO (quello che si fa è opera propria) 

- LAVORA COMELA MACINA DI SOTTO (si dice di uno che non lavora, infatti la macina di sotto èquella ferma) 

- CHI E’ PRIMOAL MULINO, PRIMA MACINA (chi è più sollecito, finisce prima il lavoro) 

- LASCIACORRERE L’ACQUA AL SUO MULINO (lasciare che le cose seguano il loro corso) 

- SENZA ACQUAIL MULINO NON MACINA (con niente, niente si ottiene) 

- BISOGNAMACINARE QUANDO PIOVE (approfittare delle occasioni favorevoli) 

- CHI HA LAFARINA NON HA IL SACCO 

- CHI HA ILSACCO NON HA LA FARINA 

- CON LA SOLAFARINA, NON SI FA IL PANE (per fare qualcosa non basta mai una cosa sola,esempio: ci vuole anche acqua e lievito) 

- LA FARINADEL DIAVOLO VA TUTTA IN CRUSCA (quello che si fa disonestamente, in qualchemodo prima o poi ci verrà  tolto)

 
                                                                                                                                                                          Maggio 2015
IL MUGNAIO

Se il mulino era un ingenium già conosciuto nell’Antichità, la figura sociale del mugnaio è la vera invenzione medievale. Si tratta di un personaggio ambivalente: egli era più colto della media e generalmente più ricco, pur appartenendo, di fatto, al popolo minuto e non godendo di particolari privilegi. Il mugnaio era depositario di un bagaglio di conoscenze empiriche sulle acque e i cereali, sulle pietre e la carpenteria che lo innalzava sul resto della comunità e che era tramandato di padre in figlio. Era uso, infatti, ritenere che nessuno potesse essere un buon mugnaio senza avere il padre nel mestiere. Quando possibile, l’unica soluzione per entrare in questa ristretta cerchia, quindi, era sposarne la figlia che era per questo considerata un ottimo partito. Il mugnaio era un funzionario pubblico, soprattutto nelle città, ed era sottoposto a controlli molto stretti, previsti dagli Statuti Comunali. Inoltre, poiché molto spesso il mulino era di proprietà dell’aristocrazia, il mugnaio era una figura intermedia tra il potere territoriale e la popolazione, fatto che lo rese ben presto un facile capro espiatorio del malanimo dei suoi clienti. Ciò nonostante, egli era ben conscio della propria importanza e gli abiti e la cuffia, coperti di un impalpabile velo di farina bianca, erano segno di distinzione. Le comunità badavano a regolamentare l’attività dei mugnai attraverso registri in cui s’inscrivevano i professionisti, che erano costretti a prestare giuramento nelle mani delle autorità. Interi capitoli degli Statuti erano dedicati all’arte molitoria. Tali leggi variano leggermente da comunità a comunità, ma alcune sono fisse e immutabili:
• il mugnaio deve tenere presso il mulino l’unità di misura del proprio compenso vidimata e controllata periodicamente dalle autorità;
• il mugnaio non può lavorare di notte o lasciarsi lavoro arretrato per il giorno successivo, col rischio di mischiare grani di provenienza       diversa;
• il mugnaio deve macinare il frumento di un solo proprietario per volta ed in sua presenza;  
• il mugnaio, dopo ogni rabbigliatura delle mole, deve macinare un pugno di grano proprio prima di poter lavorare quello dei clienti;
• il mugnaio non può tenere al mulino altri animali, se non un gatto;
• è il mugnaio ad essere ritenuto responsabile in caso di sospetto di furto e per accusarlo basta la dichiarazione giurata     della                  presunta vittima;
• il mugnaio deve tenere nel mulino uno scrigno con la propria farina, da questo deposito, a cadenze regolari, verrà estratta la quota       spettante alla comunità, od al signore. Inoltre da qui il mugnaio dovrà prelevare in caso di ammanchi riscontrati nella farina dei clienti;
• il mugnaio non lavora la domenica, e in questo giorno l’acqua dei canali dei mulini può essere impiegata per l’irrigazione dei campi;
• il mugnaio ha la responsabilità della manutenzione del mulino e di tutte le opere idrauliche che lo alimentano.

Nelle piccole comunità, non era un vero e proprio professionista ad occuparsi del mulino, ma agricoltori un po’ più ricchi della media ricoprivano questo ruolo periodicamente; oppure si creavano consorterie di famiglie che gestivano a turno gli opifici. Il mugnaio, spesso, ricopriva cariche di spicco nella comunità, anche a fronte di una maggiore disponibilità di denaro. Fu così che questa figura intermedia tra il signore e i suoi sottoposti fu circondata presto da una cattiva fama, aiutata, è il caso di dirlo, dalle frequenti ruberie che effettuava nel calcolo del proprio compenso, nonostante molte leggi e giuramenti lo vincolassero all’onestà. All’interno del mulino, legato ad una catena e sigillato dall’autorità competente, vi era un recipiente atto a contenere l’importo esatto della quota di farina che era stata macinata, la molenda o moltura, pari di solito a 1/16. Esso era il cozolio o coppello, che veniva riempito di farina e poi “rasato” con un’asticella apposta, la razoira, fatta ruotare sull’asta centrale della tazza, o bastoncello. 

Nonostante i molti vincoli, però, il mugnaio era ritenuto un ladro e un poco di buono. Parte di questa fama è immeritata, poiché il malanimo era esacerbato dal fatto che, in tempi in cui la farina era un bene prezioso, la trattenuta era spesso vissuta come una vera e propria rapina. Sicuramente, tuttavia, la diceria era in parte basata sulla realtà dato che per il mugnaio era facile far “sparire” piccole quote di farina in barba ai controlli. Si pensi, ad esempio, alla volanda, la farina finissima e impalpabile che si disperdeva durante la lavorazione e che il mugnaio poteva in seguito raccogliere. Per evitare questo genere di “furto”, spesso, si richiedeva che l’arca e il palmento fossero coperti da un telo e si  vietava di tenere cassette aperte appese nel mulino. L’equivalenza tra mugnaio e ladro divenne proverbiale: una massima tedesca sosteneva che le cicogne evitino i mulini per scongiurare il fatto che siano loro rubate le uova; “pesare con la stadera del mugnaio” significava fare parti disoneste e così via. 

Così il mugnaio divenne un personaggio molto frequente delle novelle medievali, in cui ora prevaleva per la propria furbizia, ora soccombeva dando sfogo all’astio generale che lo circondava. Una nota curiosa, presente in molti Statuti, era quella che, come abbiamo detto, vietava l’accesso al mulino ad ogni animale. Questo perché il mugnaio non potesse incolpare le proprie bestie d’eventuali mancanze del materiale da macinare. Gli unici animali concessi erano il gatto, che proteggeva il frumento dai topi, e l’asino, che aiutava il mugnaio nei trasporti. Nonostante la cattiva fama del suo gestore, in ogni caso, il mulino era un luogo sociale, come la chiesa e la piazza del mercato. Salvo speciali disposizioni, vigeva la regola che chi primo arrivava al mulino, prima macinava. Chi aspettava il proprio turno si soffermava a chiacchierare nell’aia davanti al mulino, che era generalmente riparata da una tettoia o dalla sporgenza del tetto. Il mulino da farina divenne, così, un luogo di ritrovo d’uomini e donne tanto variamente frequentato che le regole monastiche sconsigliavano ai monaci di recarvisi, per non andare incontro a tentazioni. 
PROGETTO VISITA AL MULINO
Copyright 2015 AvventuraMarche - Privacy
60021 Camerano (AN) P.Iva 02377840422

Lascia un commento
Creare un sito web